Le cronache cinesi hanno spesso parlato, negli scorsi anni, d’incendi nelle miniere di carbone, tuttavia difficilmente viene sottolineato come molti di essi siano tutt’ora senza controllo e possano infuriare anche per decenni, distruggendo quantitativi variabili dalle 2 alle 20 tonnellate annue di carbone. La zona maggiormente colpita da tale fenomeno è la Mongolia Interna (da non confondere con lo Stato della Mongolia), una regione autonoma situata nei territori settentrionali cinesi e caratterizzata da una fascia di depositi carboniferi che si estende per una lunghezza di 5.000 km ed ha una estrazione di carbone stimata, nel 2009, in 637 milioni di tonnellate.
Anche se le notizie che arrivano dalla Cina non sono complete, è certo che molti incendi sotterranei di carbone continuino a divampare in tale regione e che almeno 10 miglia quadrate costantemente fumanti rilascino nell’atmosfera tossine e gas serra. La maggior parte di questi incendi è causata da errate pratiche di “data missing”. Ad oggi, circa 200 milioni di yuan ( 29,3 milioni di dollari) sono stati stanziati dalle autorità locali per spegnere metà degli incendi entro il 2010 tramite l’estrazione immediata del carbone a rischio d’incendio ed il soffocamento delle fiamme esistenti con sabbia ed altri materiali come i liquami. Secondo un rapporto fatto da Greenpeace, dalla Fondazione Energia e da WWF, il carbone rappresenta, per la Cina, il 70% del potenziale energetico. Oltre a fornire energia, il’uso del carbone produce l'85% delle emissioni di biossido di zolfo, il 67% di biossido di azoto, l'80% di emissioni di biossido di carbonio, e crea, con la sua produzione, il 25% delle acque reflue.
Nonostante le miniere di carbone cinesi siano tra le più letali al mondo (uccidono una media di 13 persone al giorno), il premio per l’incendio sotterraneo più longevo è, però, da attribuire a quello scoppiato a Centralia, una cittadina degli Stati Uniti a circa 100 Km da Filadelfia. Alberi biancastri e scheletrici, strade fratturate che sembrano state colpite da un violento terremoto e un forte odore di zolfo ristagna ovunque. L’incendio sotterraneo si è sviluppato nel 1962 ed ancora oggi, dopo quasi 50 anni, non è noto cosa innescò il rogo della miniera sotterranea di Centralia: forse la fermentazione di rifiuti abbandonati in un camino della miniera ormai in disuso, forse l'autocombustione del carbone o un incidente mai compreso. Sta di fatto che l'incendio iniziò a propagarsi con violenza e in un primo tempo si tentò con ogni mezzo di domarlo. Ma nonostante i 12 milioni di dollari spesi dal governo americano la vena di carbone continua a bruciare nel sottosuolo.
E’ stata stilata una classifica che rappresenta le specie animali che tendono a destabilizzare l’ecosistema, anche se spesso il loro comportamento estremo è dettato da una forma di sopravvivenza che però costantemente minaccia la biodiversità.
Non si penserebbe assolutamente mai che degli animali, alcuni anche apparentemente innocui, potessero creare degli squilibri proprio all’ambiente con il quale hanno uno stretto contatto.
Elefanti
Sono animali grandi e grossi con molto appetito, che per fortuna sono nomadi per la loro continua ricerca di cibo. Sono vegetariani e si cibano prevalentemente di rami, ma riescono a mangiare tranquillamente 150 chilogrammi di vegetali. Essendo nomadi, come ho detto precedentemente, non riescono mai a devastare una zona.
Locuste
Purtroppo quando si muovono durante le migrazioni, si spostano in un numero enorme, si parla di 5-6 miliardi di animali e l’estensione può andare dai 30 ai 90 chilometri quadrati.
In genere riescono in poco tempo a distruggere dalle 4 mila alle 8mila tonnellate di foraggi, cereali e semi. Evidentemente tutto questo rappresenta una vera piaga.
Corona di spine
E’ una stella marina, però con la caratteristica di avere il corpo completamente coperto da spine velenose. Ha una dimensione di circa 40 centimetri e si nutre di coralli e di polipi. Indubbiamente sta dando una mano alla lenta ma inesorabile distruzione delle barriere coralline. Questo tipo di stella marina, negli ultimi anni, si è sviluppata in maniera notevole e una ricerca australiana conferma che lo straordinario sviluppo sia stato dato dalla scadente qualità dell’acqua del mare, infestata da fertilizzanti e scarichi di varia natura. Inquinamento del mare che ha fatto aumentare significativamente delle microalghe,cibo ideale per le larve delle corone si spine. Di questo passo, se non interverranno delle migliorie a questo degrado, le previsioni dicono che tra 30 o 50 anni i coralli potrebbero scomparire.
Bovini
La FAO li incolpa per il 18% sulla produzione di gas serra, per colpa della loro considerevole emissione corporea di metano. Con una crescente richiesta mondiale di cibo gli allevamenti di bovini si sono moltiplicati a dismisura, moltissimi in Amazzonia dove hanno, con i loro pascoli intensivi, reso certe zone non più sfruttabili. Molti alberi vengono abbattuti per fare posto ad altri pascoli, così facendo, si creano danni alla biodiversità, alla deforestazione mondiale e alla foresta pluviale.
Carpe
Le carpe sono delle devastatrici delle zone sommerse, in quanto mangiano sia vegetali che animali. Le carpe del tipo asiatico raggiungono una discreta stazza, pesando anche attorno ai 18 chili. Hanno l’abitudine di scandagliare una zona e, una volta individuata, di colonizzarla. Gli Stati Uniti ogni anno, spendono cifre consistenti per arginare lo sviluppo crescente di questi pesci nelle acque dei loro fiumi.
Capre
Sono animali terribilmente voraci e mangiano tutto quello che è vegetale, senza scegliere nemmeno le parti di una pianta.
Rospi della canna
Sono animali che vivono in Oceania, Caraibi e Stati Uniti. I rospi sono stati portati dal Sudamerica negli anni 30 per distruggere i parassiti della canna da zucchero, senza ottenere dei grossi risultati. Infatti questi animali si sono dimostrati dei veri e propri nemici dell’ecosistema, in quanto si sono sviluppati troppo, si parla di 100 milioni. Stanno uccidendo una enorme numero di animali nativi, in quanto i rospi essendo molto velenosi, risultano micidiali per quegli animali, come i serpenti e i piccoli coccodrilli, che li mangiano.
Coleotteri scolitidi
I coleotteri scolitidi sono animali che si nutrono di organi vegetali, di latifoglie e di conifere. Usano però, come sede riproduttiva, il floema, cioè la parte più interna della corteccia degli alberi. Li troviamo in prevalenza in Nord America e non solo traggono nutrimento della corteccia, ma possono trasmettere delle malattie, devastando intere aree di foresta.
Ratti
I ratti, di solito, non sono animali pericolosi, ma quando vengono a contatto con habitat diversi da quelli ai quali sono abituati, spesso lo diventano. In Australia, arrivati con i bastimenti e sbarcati sul suolo per sbaglio nel 1918, in 100 anni hanno creato notevoli problemi. In questo caso, il ratto nero soprannominato anche ratto dei tetti, si è riprodotto a ritmi sostenuti e ha provocato l’estinzione di cinque specie endemiche di uccelli, causando anche un significativo calo nelle popolazioni di altre specie di volatili.
Esseri umani
Ho lasciato per ultimi gli animali più pericolosi della Terra, gli esseri umani. Si sa di cosa sono capaci, ma hanno, dalla loro, l’intelligenza che forse li aiuterà a cambiare modo di vivere e con più consapevolezza.
La nostra civiltà del ventunesimo secolo viene compressa sempre più dall’avanzamento dei deserti e dai mari. Infatti in alcune parti della Terra, un incremento demografico notevole, la sempre maggiore desertificazione di certe aree, oltre al previsto aumento del livello del mare possono essere considerate cause generatrici di migrazioni di massa ambientali. Un caso conosciuto è senz’altro quello del nord Africa. Con l’espandersi del deserto dell’Africa sub sahariana, nella zona del Sahel, molti milioni di persone sono costrette a spostarsi sia a sud che verso il nord Africa in cerca di acqua. Nel 2006 la Conferenza delle Nazioni Unite ha previsto che per colpa del continuo aumento del deserto in Tunisia, entro il 2020, fino a 60 milioni di persone potrebbero diventare migranti per necessità. Il deserto del Sahara sta praticamente spingendo le popolazioni del Marocco, Tunisia e Algeria a nord verso il Mediterraneo. In un disperato tentativo di prevenire la siccità e la desertificazione, il Marocco ha ristrutturato la sua agricoltura, sostituendo le coltivazioni di cereali con frutteti e vigneti che necessitano di minore irrigazione. Come ben si sa il flusso migratorio dall’Africa in tutte le direzioni è già in atto da molti anni. Grandi problemi troviamo anche in Somalia, sia di natura politica che ambientale. Oltre ad una notevole sovrappopolazione, un errore umano è stato compiuto ed è quello di un utilizzo esagerato dei pascoli, distruggendo perciò l’economia pastorale e reso brulle molte zone del Paese. Dal 2007 in poi, la percentuale annua di migranti somali che si sono diretti nello Yemen, per essere ospitati, è costantemente aumentata . In questa maniera, abbandonati i loro problemi in Somalia, ne hanno creato sicuramente alle risorse idriche yemenite, che sono sempre più carenti. Ho accennato alcuni dei tanti casi del continente africano, ma chi vive in America centrale non è esente da queste problematiche. In America Latina, i deserti si stanno espandendo e costringendo le persone a spostarsi sia in Brasile che in Messico. In Brasile, circa 66 milioni di ettari sono colpiti, in gran parte concentrati nel nord-est del paese. Mentre in Messico, con una quota molto maggiore di terre aride e semiaride, il degrado del terreno agricolo si estende ormai oltre 59 milioni di ettari. Honduras, Guatemala, Nicaragua, El Salvador hanno migliaia di persone pronte ad utilizzare il Messico come porta d’ingresso per gli Stati Uniti per dare una svolta alla loro vita. Gli stessi messicani vedono quel confine come una linea vitale che giornalmente tentano di oltrepassare. Si parla di 100.000 messicani all’anno che sono costretti ad abbandonare le loro terre perché gli appezzamenti sono troppo piccoli, erosi e con falde acquifere sempre più scarse, diventando improduttivi. Il confine lascia purtroppo molte vittime sul campo in quanto per attraversarlo e per eludere i controlli della polizia bisogna sfidare il deserto. Migrazioni dovute alla carenza idrica le troviamo nel nord-ovest dell’India, in Cina occidentale, in Iran, dove milioni di persone devono abbandonare i loro villaggi perché le falde acquifere sono oramai esaurite. Giornalmente, i mass-media ci informano di casi analoghi sparsi per il globo e noi non possiamo che sperare solamente che i Governi interessati riescano sia politicamente che economicamente creare dei presupposti per una vita più “umana” a questi milioni di sventurati.
Si è vero! Nel West Virginia hanno pensato di sfruttare le vecchie miniere di carbone dismesse per intraprendere una attività di acquacoltura. Per questo utilizzo si necessita di molta acqua e, a quanto pare, le miniere ne hanno in abbondanza. Le analisi dicono che, nella maggior parte delle miniere, l’acqua è perfettamente pulita e ideale per l’allevamento delle trote e del salmone. Molte persone sono un po’ riluttanti nel scegliere di consumare dei pesci allevati in caverne o pozzi, ma l’azienda che li alleva assicura che sono sicuri. Le cavità si riempiono di acqua piovana e neve sciolta e nel West Virginia meridionale intendono sfruttarle in maniera intensa, sempre tenendole sotto controllo, analizzando l’acqua in maniera costante. Le aziende interessate all’iniziativa, tra le quali la “ Blue Ridge Inc.”, andranno a utilizzare una mezza dozzina di miniere che pensano abbiano una capacità di produrre 1 milione di libbre di pesce ogni anno. Una parte della produzione diventerà materiale per la pesca sportiva, mentre la parte rimanente sarà destinata a ristoranti e negozi di generi alimentari. In West Virginia salmoni e trote, per esempio, stanno diventando per la prima volta pesci d'allevamento “eco”, senza ormoni della crescita o antibiotici in acqua.
In India c'è una quantità enorme di fiumi inquinati e nel distretto di Pune il Governo sta cercando di bonificare il Mula, il Mutha, il Pawna e il Bhima, oramai invasi da scarichi di tutti i tipi, da quelli chimici e industriali a quelli fognari. L’acqua che arriva in circa 300 villaggi nella zona di Pune e 26 villaggi nella zona di Taluka Shirur, è inutilizzabile sia per un consumo umano che per l’irrigazione dei campi. La Commissione inviata dal Governo, resasi conto anche visivamente del problema (sottile strato di olio sull’acqua), si è messa al lavoro cercando di collaborare con le industrie che riversano gli scarti di lavorazione, cercando di indurle a utilizzare trattamenti di depurazione. Ma la novità del Governo è soprattutto l’idea di utilizzare, su base sperimentale, la tecnica dell’osmosi inversa. E’ un processo che viene comunemente usato per la desalinizzazione del mare, in quanto l’osmosi inversa porta ad una separazione del sale dalle molecole dell’acqua. Il metodo di filtraggio rimuove le grandi molecole in acqua facendo pressione su un lato di una membrana selettiva e quindi fa passare il solvente puro dall’altra parte. Lo studio di fattibilità economica del progetto ha dato buoni risultati, anche se bisogna tener conto che l’acqua da”pulire” è notevole in quanto il 40-45% delle acque fognarie non trattate di Pune scaricano direttamente nei fiumi. Le proiezioni avvertono che ci vorranno tranquillamente altri 3 anni per trattare il 100% delle acque reflue.
In un’altra parte del mondo invece si è pensato di utilizzare l’osmosi per produrre energia. In Norvegia nel 2009 si è creata una centrale elettrica derivata dallo sfruttamento dell’energia osmotica, una nuova energia pulita ricavabile dal flusso dell’acqua, da una soluzione a concentrazione salina minore (acqua dolce) ad una maggiore (acqua salata) in corrispondenza delle foci dei fiumi. Si genera energia sfruttando la pressione idrostatica che si crea quando l’acqua dolce passa attraverso una speciale membrana di acqua salata. I norvegesi (Statkraft) come gli olandesi (Wetsus), sono ricchi di regioni in cui acqua salata e acqua dolce si incontrano.
La Statkraft stima che l’Europa ha un potenziale osmotico per una potenza pari a 180 TWh all’anno, ovvero circa il 50% dell’energia elettrica attualmente prodotta all’interno dell’Unione Europea.
La ricerca riguardante la fuoriuscita di metano dalla crosta Artica siberiana è il frutto della collaborazione fra l'Accademia Russa delle Scienze e l'Università dell'Alaska-Fairbanks. Si basa sui dati raccolti dal 2003 al 2008 e relativi alle condizioni della piattaforma artica della Siberia orientale. Gli studiosi non hanno dubbi che il terreno permanentemente ghiacciato (permafrost) stia dando segni di instabilità, lasciando sfuggire il metano che imprigiona. Finora si riteneva che il permafrost, compatto e durissimo, fosse una barriera impermeabile, ma i dati pubblicati su Science evidenziano che esistono delle falle attraverso le quali il metano fuoriesce.
Fonti qualificate del Centro Internazionale per la ricerca sull'Artico dell'Università dell'Alaska-Fairbanks affermano che il permafrost sottomarino sta perdendo la sua capacità di protezione impermeabile.
Nel periodo dell’ultima glaciazione la vegetazione della tundra, quando l’area era al di sopra del livello del mare, è riuscita a trattenere quantità enormi di anidride carbonica dall’aria durante il periodo di sviluppo delle piante. Gran parte del prodotto organico non si è mai decomposto , il restante intrappolato sotto l’area Artica ghiacciata, rappresenta ora la fonte di metano. Ma come il ghiaccio all’interno del permafrost si scioglie, le piccole bolle bloccate nel suolo salgono attraverso l’acqua di questi laghi e si rilasciano nell’atmosfera, con serie conseguenze sul clima.
Il metano, uno dei gas responsabili dell’effetto serra, si sta diffondendo dalla crosta Artica nell'atmosfera al ritmo di circa 8 milioni di tonnellate l'anno, la stessa quantità che attualmente viene prodotta dagli oceani di tutto il mondo.
Il metano che fuoriesce dall'Artico è l'idrato di metano, un componente che si presenta sotto forma di ghiaccio e che giace nei fondali degli oceani e nei territori molto freddi sotto il manto terrestre.
Questi si formano dal contatto di piccole molecole di gassose (metano) e l’acqua, in presenza di temperature prossime a 0°.
Il cambiamento del clima e il riscaldamento delle acque, provocati dall'effetto serra, producono uno scioglimento di questa formazione solida che, a poco a poco, sta sprigionando dei gas, i quali, entrando a contatto con l'ossigeno, alimentano ulteriormente l'effetto serra.
Una caratteristica è quella che, in condizioni di temperatura e pressione normali, un metro cubo di idrato produca circa 160 metri cubi di metano.
Con l’esaurimento dei combustibili fossili si potrebbe pensare ad un utilizzo degli idrati di metano, come futura energia alternativa. Già nel 1971 la Federazione Russa ha iniziato a sfruttare abbondantemente il grande deposito di gas idrato di Messoyakha. Oltre all’uso degli idrati esistenti, sperimentarono con successo, già nel lontano 1962 che i clatrati idrati possono trovare applicazioni nelle tecnologie della desalinizzazione dell'acqua di mare.
Per concludere possiamo dire che la geologia ci riporta almeno due volte indietro nella storia per trovare eventi simili a quelli attuali: la più recente di queste calamità si è verificata circa 55 milioni di anni fa in quello che i geologi chiamano il Paleocene–Eocene, quando una bolla di metano (blowout) ha provocato un rapido riscaldamento del pianeta fin tanto da sconvolgere il clima per più di 100.000 anni. L’altro episodio catastrofico si è verificato 251 milioni di anni fa, alla fine del periodo Permiano, quando una serie di bolle di metanoerano vicine a cancellare tutte le forme di vita sulla Terra. Più del 94% delle specie marine presenti in quel record di fossili sono scomparse improvvisamente.
PS: Se vi piace leggere e l'argomento dell'articolo vi ha incuriosito, consiglio "Il quinto giorno" di Frank Schätzing.